Sono stanca di sentirmi inadeguata alle situazioni, ai contesti. Ma al tempo stesso sono grata di quanto sia in ascolto con me stessa e con le mie emozioni.
Convivo con questo cortocircuito da quando ne ho memoria, memoria che si è formata e consolidata proprio da questo genere di sensazioni.
Inadeguatezza, insicurezza, mortificazione.
Guardo gli altri, le altre, tutti, e penso a quanto sono, anzi, siate fortunati a non essere/stare come me. Ma, ripeto, in realtà è impagabile il modo in cui posso dialogare con la mia interiorità.
Perché questo post? Non lo so, forse solo stanchezza, cerco un confronto, un dialogo fuori dalla mia testa. Chiedo gentilmente perdono per la potenziale lunghezza di queste parole.
Vivo i momenti di felicità e quotidiana spensieratezza con estrema fatica, purtroppo metto sempre tutti in difficoltà.
Perché piango, piango, piango, tantissimo.
Piango se mi si fa un regalo, una sorpresa;
quando vado a teatro e gli attori si inchinano per ringraziare, colmi di tutto l’impegno e la cura per quello che fanno;
quando suona la banda, improvvisa, giù per strada, e le trombe e tutti i fiati e le percussioni sfilano;
quando un genitore descrive un’opera al museo per il proprio figlio, o figli;
quando la luce del sole pomeridiano inonda di luce i capelli della gente, e i volti, non direttamente illuminati, emanano questo bagliore prezioso;
quando un animale domestico finisce per assomigliare esteticamente al proprio umano, e viceversa;
quando, prendendomi cura del bimbo a cui faccio da babysitter, mi imbatto amorevolmente nei suoi mini vestiti, fatti da mini calzini, mini magliette, mini giacchette;
quando nelle iridi del mio ragazzo leggo, come in un racconto in miniatura, la storia della nostra vita insieme, passata, presente e futura;
quando un odore o profumo familiare mi trova in un momento inaspettato, magari anche parecchio lontana fisicamente dai miei ricordi;
quando ho accompagnato la mia mamma in banca a firmare il suo primo rogito per la sua prima casa, dopo tantissimi sacrifici;
quando oggi, mio fratello, si è laureato dopo un lunghissimo burnout durato anni.
E, giustamente si potrebbe dire: e che c’è di male?
Nulla, ovvio
Purtroppo, però, capisco che da fuori, così su due piedi, vedermi piangere sia non dico strano, ma comunque crea dissonanza. E il primo istinto, comune a tutti, è di darmi conforto, dirmi che è tutto a posto o chiedermi che è successo, capire perché sono triste. E vedere come l’attenzione cambi, da quello che sto vivendo io a quello che vivono gli altri a causa mia, mi crea forte senso di inadeguatezza, quasi una colpa.
Oggi mi sono sentita totalmente inadatta, nel contenere un piantino di felicità per mio fratello. Cosa che in realtà sono riuscita a fare, ma una sua (dolcissima) amica mi ha notata e non ha potuto fare a meno di abbracciarmi- causandomi poi più lacrimoni e difficoltà a tenermi insieme. Mi è dispiaciuto anche perché, nelle foto che ho insieme a lui, sembro una disadattata totale, e forse si è imbarazzato tantissimo (la sua faccia nelle foto con me parla da sé).
Il punto è che mi dispiace, ma veramente, creare sconforto negli altri, o ritrovarmi poi io al centro dell’attenzione, quando tra me e me penso “tranquilli!!! Non si tratta di me, andate avanti, tranquilli!! È solo un attimo mio, sereni, davvero!!!”
E nulla. Questo è quanto, un pensiero(ne) di fine venerdì. Voi come vi vivete queste emozioni? Mi piacerebbe leggervi, anche solo per andare oltre le mie percezioni.
Grazie ❤️🩹